TURKISH WAY

L’ arteria turistica che per anni ha interessato le zone interne della Turchia, dalla Cappadocia al Sud Est del paese, vicino al confine con la Siria, complici i pericoli e le destabilizzazioni imposte dal terrorismo islamico, si sta lentamente prosciugando. Un territorio che per anni è stato plasmato ad immagine ed uso dei turisti, dalle infrastrutture della mobilità a quelle dell’accoglienza, si sta inaridendo dietro alla paura, ciò che ne rimane  sono i segni di tutto quell’indotto commerciale che a poco a poco si sgretola come sabbia.

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La strada secante la Devrent Valley che, a differenza di altre zona della Cappadocia non è nota tanto per le chiese paleocristiane o gli insediamenti romani, quanto per le caratteristiche conformazioni rocciose, ha una variante a Sud che permette il traffico veloce e facilita l’afflusso dei pullman di turisti.

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Scavate già al tempo dei Frigi, che abitavano la regione tra l’IIX e il VII secolo a.C., le piccionaie per la raccolta del guano, prezioso concime per le coltivazioni delle Valli Bianche, erano un tempo scavate all’interno della debole roccia vulcanica che il passare dei secoli ha esoro fino a disseppellirne le camere interne.

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L’afflusso dei turisti alle Valli dell’ Immaginazione, così chiamate a causa delle strane forme assunte dalle conformazioni rocciose della zona, è severamente controllato dall’ente del parco nazionale di Göreme

©Luca Rotondo

Lo sterrato che conduce nell’interno della valle di Soğanli, sulle cui alture nidificano le aquile, si interrompe improvvisamente in prossimità di una antica piccionaia, le cui imboccature erano coperte da uno strato di calce bianca che, facendolo scivolare, impediva al “samsar” (una specie di faina locale), di intrufolarsi nei nidi e divorarne le uova.

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Il cammello non è autoctono della Cappadocia, ma è stato introdotto a fini turistici in quanto da qui transitavano le vie carovaniere dei Selgiuchidi che unendo Est e Ovest portavano in Europa i preziosi e rinomati prodotti d’oriente.

©Luca Rotondo

La formazione geologica di quella che era un tempo l’Anatolia meridionale è il risultato dell’erosione millenaria della catena montuosa del Tauro formatasi in contemporanea con le nostre Alpi circa 60 milioni di anni fa.

©Luca Rotondo

Uno strano cinema a 9D personalizza il piazzale per la sosta delle comitive nei pressi dell’imbocco della città sotterranea di Derinkuyu che con i suoi 11 livelli è la più grande della Turchia e poteva ospitare diverse migliaia di persone con servizi igienici, pozzi, cucine, stalle e tutto il necessario alla vità nel sottosuolo. Si stima che le circa 200 città sotterranee presenti nella regione (solo 12 riportate alla luce), molte delle quali interconnesse da una fitta rete di tunnel, servivano a proteggere le prime comunità paleocristiane dalle persecuzioni dei musulmani.

©Luca Rotondo

Sulla cima del monte Nemrut, che con i suoi 2150m è il più alto della Mesopotamia settentrionale, si trovano la tomba ed il santuario del re Antioco I di Commagene. Il sito è di forte interesse per il turismo soprattutto interno alla Turchia stessa: le sue pendici poco prima dell’alba si popolano della presenza di chi ne ascende la cima per assistere da questa al sorgere dei primi raggi dell’alba sulla valle dell’Eufrate, a pochi chilometri dal bacino della diga Ataturk.

©Luca Rotondo

Il paesaggio definito “lunare” delle Valli Bianche è popolato dal vagabondare di accaldate comitive che vi hanno nel corso del tempo inciso i sentieri di transito.

©Luca Rotondo

Il complesso rupestre del monastero di Selime, scavato nel tufo dai monaci cristiani nel XIII secolo nello stesso sito che prima ospitava una antica comunità ebraica presso cui nel I secolo trovarono rifugio S.Paolo e S.Barnaba, è il più vasto della Turchia ed anche in questo caso l’erosione ha scavato la morbida roccia facendo assomigliare il sito ad un enorme termitaio.

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Allo sbocco della Valle Rosa un vespasiano accoglie il bisognoso.

©Luca Rotondo

La cima del monte Tarruffat si staglia al di sopra della città abbandonata di Soğanli ed ogni anno il disgelo provoca il distacco di scaglie di roccia che rotolano lungo il pendio.

©Luca Rotondo

La tomba di Antioco I è composta da un tumulo di pietra frantumata alto 50 metri e dal diametro di più di 150, circondato da tre ampie terrazze votive dedicate a differenti scopi. Il tempo ha ironicamente provocato il distacco di tutte le teste appartenenti alle colossali statute che componevano i tre altari.

©Luca Rotondo

Tra le erbe secche e sparuti vigneti si innalzano oltre ad una capra ad uso “turistico” anche spuntoni rocciosi e pinnacoli chiamati “camini delle fate”, modellati dal vento nei secoli e presenti su tutto il territorio.

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La cattedrale di Selime si trova al termine dei 14 chilometri del Canyon di Ihlara e all’interno della sua intricata rete di cunicoli e stanze, un tempo completamente nascoste alla vista dall’esterno, ospitava cucine, chiese, bagni, abitazioni private, sale comuni, stalle e cimiteri.

©Luca Rotondo

La valle di Devrent, nell’Anatolia centrale, separa le cittadine di Avanos e Urgup ed essendo una delle principale vie di transito per i turisti della zona è qua e là colorata dalle bancarelle di souvenir locali.

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Il bianco paesaggio “lunare” formicola ancora di frenetici turisti.

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Il bianco paesaggio “lunare” formicola ancora di frenetici turisti.

©Luca Rotondo

Qui si può vedere bene il processo di formazione dei così detti “camini delle fate”, i quali derivano dall’erosione di queste lingue di terreno ancora compatto composto da due strati diversi di meteriale lavico che, essendo l’uno più solido dell’altro, hanno tempi di erosione diversi ed è così che si possono formare quelle specie di cappelli tipici dei camini delle fate.

©Luca Rotondo

Quando nel 1990 fu aperta lungo il fiume Eufrate la diga di Ataturk, sesta al mondo per portata, diversi villaggi che si trovavano lungo il corso del fiume dove si sarebbe venuto a trovare il nuovo bacino, furono completamente o parzialmente sommersi dalle acque e gli insediamenti furono spostati dallo stato qualche chilometro più a monte.

©Luca Rotondo

I prefabbricati, pressochè uguali per forma in tutta la Turchia, vengono qui usati come posti di controllo o biglietterie. Il colore arancione, che differenzia questo esemplare dai suoi simili (quasi sempre bianchi), è stato in questo caso usato per diminuire l’impatto visivo della struttura sul territorio circostante.

©Luca Rotondo

I visitatori del complesso di Pashabağ si accalcano sotto i pochi alberi della zona per trovare tregua dalla calura del sole pomeridiano.

©Luca Rotondo

Anche le zone piu remote come Halfetih, dove termina la strada che si inerpica tra vaste coltivazioni di pistacchio, di cui la Turchia è uno dei principali esportatori mondiali, possono dare spazio ad abomini architettonici. Questo hotel, che si staglia incompiuto su una terrazza ad affaccio sul bacino Ataturk, rappresenta un elemento di rottura con le basse casette squadrate in stile bizzantino.

©Luca Rotondo

Per assistere al sorgere del sole sulla piana dell’Eufrate, i turisti si radunano sull’antica scalinata che conduceva un tempo all’altare principale del mausoleo del Nemrut che era appunto rivolto ad est, verso il sorgere del sole e verso la nuova vita del re nel regno dei morti.

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Due turisti si affannano sulle ripide formazioni rocciose della valle dell’immaginazione. Mentre sullo sfondo, seguendo la traccia della strada veloce percorsa dai pullman, si intravede la città di Avanos.

©Luca Rotondo

Il sito di Pashabağ è estremamente frequentato ed attrezzato. Alcune zone sono interdette al pubblico in quanto da quelle parti ancora si sta scavando e scoprendo antiche camere sepolte ed in contemporanea a questi lavori si sta anche costruendo un mega parcheggio.

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I percorsi attrezzati e segnalati si snodano lungo il termitaio del monastero di Selime

©Luca Rotondo

Le piazzole di sosta lungo la strada veloce che taglia la Devrent valley sono sfruttate come punto di osservazione dello splendido panorama oppure, come si vede sullo sfondo, per posizionare le bancarelle.

©Luca Rotondo

Vista dal monte Sarraf, la strana forma della città alta di Ortahisar viene qui chiamata la Matera turca. L’ architettura muta scendendo: in alto case greche, poi bizzantine ed infine antri dalla difficile datazione. La rocca sommitale al paese è tutta forata da abitazioni in alcuni casi utilizzate anche come piccoli alberghi storici.

©Luca Rotondo

Sotto l’enorme cumulo di pietre frantumate della cima del Nemrut, il sepolcro di Antioco I aspetta ancora di essere portato definitivamente alla luce.

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